Disturbi alimentari nella comunità LGBT+

Una riflessione sui disturbi alimentari nella comunità LGBTQIAP+

Cosa succede quando il tuo corpo non è più un luogo sicuro?

In un percorso di ricovery da un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione, il rapporto con il cibo, il peso ed il corpo può essere molto faticoso quando non riconosci (più) il tuo corpo come un luogo familiare e sicuro.

Perchè queste percentuali sono così elevate? e perchè non ci sono, ad oggi, sufficienti metodi di indagine per intercettare i comportamenti disfunzionali legati al cibo e al corpo in persone che non si riconoscono nel genere assegnato alla nascita o che scoprono un orientamento sessuale diverso da quello etero cis normato?

Il disturbo alimentare è per tante persone, uno strumento (disfunzionale) per regolare le proprie emozioni e per definire il proprio Sè.

Per le persone queer e per le persone transgender però, può rivestire anche altri ruoli:

  • Regolare le emozioni legate all’identità di genere, in particolare quando questa è ancora in fase di esplorazione
  • Costruire routine rigide aiuta a spostare il focus al di fuori di sé distraendosi dal disagio che si prova con e nel proprio corpo
  • Attraverso il controllo sull’alimentazione si va a ricercare un (falso) senso di controllo, sicurezza e prevedibilità
  • Le condotte alimentari estreme (così come i comportamenti compensatori) possono aiutare a dare (o a non dare) al corpo, la forma utile a mascherare il proprio disagio e i caratteri fenotipici e sessuali secondari.

Alterare, con digiuni e abbuffate, le sensazioni corporee percepite, può essere un modo per alterare le funzioni corporee percepite di un corpo nel quale non ci si riconosce (pensiamo alle sensazioni fisiche e sensoriali che cambiano durante le fasi del ciclo mestruale nelle persone assegnate femmine alla nascita)

NDR: nelle persone neurodivergenti, questi aspetti possono amplificare le difficoltà con il proprio corpo a causa di sensibilità sensoriale differente e alla diverse capacità enterocettive (capacità di percepire, elaborare e interpretare i segnali sensoriali provenienti dagli organi interni del corpo, un processo noto anche come enterocezione).

Disturbi alimentari nella comunità LGBTQIAP+

Quando, ad esempio, una persona con un corpo grasso è anche non binaria, le forme di discriminazione che si trova a dover subire sono due: quella grassofobica e quella dell’espressione di genere.

Quando la stessa persona è anche nera e disabile, le forme di discriminazione che subisce aumentano perchè si aggiungono quella razziale e quella abilista.

“La diversità non dovrebbe mai essere qualcosa per la quale giustificarsi”

Proprio come la bandiera della comunità LGBTQIAP+, il nostro linguaggio dovrebbe poter prevedere vocaboli che descrivono i corpi in un modo tale che la diversità non sia qualcosa da aggiustare o ingabbiare ma piuttosto sia semplicemente il frutto di una variabilità biologica.

Lo standard, implica che vi sia anche una deviazione standard e che questa sia qualcosa di sbagliato.

Così come il BMI (strumento già definito inutile e di cui parleremo ancora) definisce una media che per convenzione definiamo la normalità (il famoso “normopeso”), il modello etero cis normato, definisce un modello “giusto” al quale adeguarsi ma che, se ci pensiamo bene, continua a perpetrare stigma sui corpi (difficilmente un corpo grasso viene percepito valido anche nella comunità LGBT+ – per approfondire ti rimando all’articolo sulla Fat Acceptance).

LGBTQIAP+

Un disturbo alimentare non ha alcuna forma definita se non quella dei corpi che abita.

Tutte le persone hanno un corpo ed ognuno ha una storia da raccontare e che nessunə altrə conosce.

Nessun corpo dovrebbe chiedere il consenso: commentare il corpo altrui, le scelte, l’espressione di genere, le trasformazioni che subisce, i luoghi che abita e attraversa, le cure che si concede e quelle che non può permettersi, sono tutti aspetti intimi che a nessunə altrə, se non alla persona stessa, è dato (e concesso) commentare, scegliere, agire.

Non esistono disturbi alimentari di serie A e di serie B: tutti hanno pari dignità e diritto alla cura.

Il lavoro sulle discriminazioni (tutte le discriminizioni), è il primo passo per riconoscere, come persone, i fattori di rischio e come professionistə, gli ostacoli e i bias che si interpongono tra l’ascolto e la cura.

Avere cura delle parole permette di dare forma ad un progetto terapeutico che sia rispettoso di una diversità che non dovrebbe chiedere scusa a nessunə.

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